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Il progetto PEACE si pone l'obiettivo di promuovere, tra gli studenti delle scuole, la conoscenza del patrimonio storico, culturale e ambientale attinente ai fatti della Prima Guerra Mondiale.

La Grotta Azzurra di Samatorza (Quota ingresso m. 270 – Prof. m. 42 – Lungh. totale m. 216) è una delle più note del Carso Triestino, sia per la facilità di accesso e la notevole estensione, sia per l'interesse storico che riveste. Il nome le è stato attribuito da Carlo Marchesetti, archeologo, paleontologo e botanico italiano, per il fatto che, giunti sul fondo, è ancora possibile vedere il colore del cielo.

La grotta fu utilizzata, durante la prima guerra mondiale, dagli austriaci come ricovero per 500 uomini i quali eseguirono nella cavità notevoli lavori di adattamento, dei quali restano tutt'oggi evidenti tracce.

All'imbocco sorsero baraccamenti per il ricovero delle truppe, lungo il percorso venne tracciato un comodo sentiero a tornanti, che raggiungeva la parte pianeggiante sul fondo, mentre con scivoli appositamente costruiti si convogliò l'acqua di stillicidio in capaci vasche di cemento, trasformandone l’uso in riserva d’acqua potabile.

L’esercito austro-ungarico aveva  istituito un reparto addetto alla ricerca, alla modifica ed allo sfruttamento delle grotte, fino a realizzare un manuale di queste pratiche chiamato DER KAVERNBAU. A capo del reparto caverne di solito c’era un ufficiale ingegnere che dirigeva minatori, scalpellini, lavoratori delle cave, reclutati tra i ranghi dell’esercito regolare austro-ungarico. È ancora ben visibile, sul bordo di una delle vasche, la scritta «Erbaut 10/7 1917 von Herrn Oblt. H. Bock» (costruita il 10 luglio 1917 dal signor tenente H. Bock)


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